Smart working: due voci

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Cinque anni dopo la grande diffusione del lavoro da casa, le aziende italiane si dividono ancora. Alcune chiedono ai dipendenti di rientrare tutti i giorni, altre hanno chiuso metà degli uffici.

Marco Bellini, 41 anni, sviluppatore a Milano, lavora da casa tre giorni alla settimana. «Prima passavo due ore al giorno sui mezzi. Adesso quelle due ore le uso per correre e per portare mia figlia a scuola. Non tornerei mai indietro. Certo, all'inizio mi mancavano i colleghi, ma abbiamo imparato a organizzarci: il martedì siamo tutti in ufficio e facciamo le riunioni importanti quel giorno.»

Per Chiara Ruggeri, 29 anni, la situazione è diversa. «Ho iniziato il mio primo lavoro da remoto e ho imparato molto meno di quanto avrei imparato in ufficio. Quando sbagliavo qualcosa, nessuno se ne accorgeva: dovevo scrivere su una chat e aspettare. Dopo un anno ho chiesto di rientrare quattro giorni su cinque.»

Gli studi danno ragione a entrambi. La produttività individuale, per compiti che richiedono concentrazione, tende a salire quando si lavora da casa; la formazione dei giovani e la nascita di idee nuove, invece, funzionano meglio quando le persone stanno nello stesso spazio.

«La domanda giusta non è ‘casa o ufficio’», commenta la sociologa del lavoro Anna Ricci, «ma quale attività va fatta dove. Le aziende che stanno meglio sono quelle che hanno deciso questo insieme ai lavoratori, invece di imporlo dall'alto.»

Domande

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1

Di che cosa parla il testo? Rispondi con una frase.

2

Che cosa apprezza di più Marco del lavoro da casa?

3

Nel gruppo di Marco tutti vanno in ufficio lo stesso giorno della settimana.

4

Qual è il problema di Chiara?

5

Secondo gli studi citati, che cosa funziona meglio in ufficio?

6

Secondo la sociologa Anna Ricci, ogni azienda dovrebbe scegliere il modello da sola, senza i lavoratori.

7

Secondo Anna Ricci, qual è la domanda giusta da porsi?